Di

Maria Pia Bevilacqua

Pubblicato il

Maggio 12, 2026

Tag

comunicazione, Leadership, Public Speaking, Storytelling

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    Da brava persona timida, non ho mai amato parlare in pubblico, e credo di non essere sola a sperimentare “l’ansia da palcoscenico” anche solo per una call un po’ troppo affollata. Per questo, sono stata davvero felice di partecipare al Public Speaking e Storytelling Forum di ROI Group, evento che è stato capace di darmi nuove prospettive e spunti interessanti per superare una delle paure più diffuse nei paesi occidentali.

    Tra i vari interventi, quello di Julian Treasure mi ha colpita particolarmente e mi ha lasciato una sensazione precisa: spesso ci concentriamo su come “suoniamo” quando parliamo (tono, ritmo, slide, sicurezza) e ci concentriamo sul sembrare sicuri, preparati, professionali … ma dimentichiamo la domanda più importante. Che cosa stiamo offrendo a chi ci ascolta?

    Nel suo intervento Treasure ha parlato proprio del “dono” di un discorso, un intervento o una presentazione. Qual è il valore per l’audience? Un’idea più chiara, informazioni complete, una decisione più semplice, un punto di vista nuovo, un cambio di prospettiva, un pezzo di metodo applicabile. Se manca questo, nessuna tecnica di public speaking può salvare davvero il messaggio. E questa, per me, è stata la lezione più potente.

    In TEAM LEWIS lavoriamo ogni giorno con comunicazione, contenuti e storytelling. Ma il punto che Treasure mette al centro è utile a chiunque: parlare non è una performance, è un servizio. E il contenuto è il tuo dono.

    public speaking e storytelling forum

    Chi è Julian Treasure?

    Julian Treasure è un autore e speaker internazionale specializzato in comunicazione dal vivo, ascolto e impatto del suono sulle relazioni e sul benessere. È conosciuto anche per i suoi TED talk e per i libri Sound Business e How To Be Heard, ed è stato citato come esperto di suono e comunicazione da testate internazionali del calibro di The Economist e Time Magazine.

    Il suo approccio unisce due livelli: da un lato, l’ascolto come competenza relazionale; dall’altro, il suono come ambiente che influenza attenzione e qualità della comunicazione. Ed è proprio questa combinazione che rende le sue idee immediatamente utili anche in contesti corporate.

    Il dono nasce dall’intenzione

    Una cosa che Treasure ha riportato in mente con forza è che, prima di scrivere l’apertura di un talk o progettare la prima slide, dovremmo fermarci su un passaggio che spesso viene saltato: chiarire l’intenzione della nostra comunicazione. In particolare, ha riportato l’attenzione su tre livelli di intenzione in particolare:

    1. Intenzione per te: cosa vuoi ottenere da questa conversazione?
    2. Intenzione per l’audience: in quale viaggio vuoi condurre le persone?
    3. Intenzione dell’audience per sé stessa: perché ti ascoltano, cosa vogliono, di cosa hanno bisogno?

    Lui la fa semplice, e forse è proprio per questo che funziona. Se queste tre intenzioni non sono allineate, il rischio è altissimo: un talk corretto, ben presentato, magari anche “fluido”… ma sterile. Senza dono. È un framework semplice, ma molto utile per chi lavora in marketing e comunicazione, perché ti costringe a uscire dalla modalità di semplice trasmissione di contenuti e a entrare nella modalità di progettazione di uno scambio.

    Che suono ha il tuo ufficio?

    Un’altra intuizione che mi porto a casa riguarda il contesto, inteso anche come paesaggio sonoro: i suoni non sono sfondo della comunicazione, bensì una parte integrante in grado di trasformare ogni aspetto della nostra esperienza con una persona o un brand.

    Pensiamo a quante volte chiediamo attenzione in condizioni che la rendono quasi impossibile: call con rumori continui, sale con audio mediocre, open space dove la concentrazione è interrotta ogni pochi minuti. Il risultato non è solo “distrazione”: è un pubblico che, semplicemente, non è nelle condizioni di ricevere il dono (ovvero il messaggio della mia comunicazione).

    Per me questo si traduce in una regola pratica: prima di parlare, non dovremmo chiederci solo cosa vogliamo dire, ma anche in che condizioni verrà ascoltato ciò che vogliamo comunicare. La migliore idea può essere sprecata se il contesto non la rende recepibile, quindi è necessario preparare anche le condizioni tecniche e ambientali affinché l’ascolto possa avvenire con efficacia.

    L’ascolto è personale

    Un altro punto centrale che spesso dimentichiamo è che l’ascolto non può essere oggettivo. Treasure lo descrive come qualcosa di unico, quasi come un’impronta digitale, perché ognuno di noi “filtra” ciò che sente attraverso cultura e linguaggio, valori e credenze, aspettative e intenzioni, emozioni e stato mentale del momento. Questi filtri non sono un difetto: sono il modo in cui costruiamo la realtà. Ma hanno un effetto collaterale enorme sulla comunicazione. Se dai per scontato che gli altri ascoltino come te, rischi di parlare soltanto a te stesso.

    Questo cambia tutto, perché vuol dire che non basta “dire bene” qualcosa: devi anche chiederti come verrà interpretato. E qui c’è un passaggio che, per chi fa marketing e comunicazione, è quasi un promemoria quotidiano: se dai per scontato che il pubblico ascolti come te, finisci per parlare solo a te stesso.

    La presentazione non sostituisce il contenuto

    Oltre ad aver ascoltato l’intervento di Julian Treasure durante il Public Speaking e Storytelling Forum, come TEAM LEWIS abbiamo avuto anche un Meet & Greet esclusivo con lui, un momento più intimo e riservato in cui sono emersi ulteriori spunti di riflessione.

    julian treasure meet and greet team lewis

    Da un lato, sicuramente, avere delle ottime skills di presentazione è già metà del lavoro. In questo senso, l’esperienza e l’allenamento pagano, ma le capacità di comunicazione restano comunque qualcosa da migliorare continuamente nel tempo. Coach e media trainer possono essere un valido supporto in questo senso, ma per fortuna anche qualche teconologia può venire in nostro soccorso. All’interno della piattaforma AI Marketing Sidekick, il tool Coach, permette proprio di caricare un video o una presentazione e ricevere feedback immediati, con un’analisi dettagliata sulle performance e indicazioni precise su cosa poter migliorare per una presentazione perfetta e per migliorare le proprie communication skills.

    Marketing SideKick

    La piattaforma AI di marketing intelligence all-in-one, progettata dai professionisti del marketing per i professionisti del marketing.

    Dall’altro lato, però, una buona presentazione non influenza l’efficacia di un contenuto debole. È una frase che può sembrare ovvia ma non lo è affatto, soprattutto nel mondo corporate, dove spesso si investe moltissimo su template, tono, visual, “effetto palco” e troppo poco su:

    • Idea centrale solida;
    • Struttura logica del discorso;
    • Prove, esempi, dati o storie a sostegno;
    • Reale utilità per chi ascolta.

    Da questa prospettiva, il dono diventa criterio di qualità: se quello che porti non aiuta davvero l’audience a capire, decidere, cambiare punto di vista o agire, allora non è un dono. È solo “rumore ben confezionato”.

    Considerazioni finali

    Se c’è un filo rosso nella filosofia di Julian Treasure è che la comunicazione efficace non è un talento da palco. È una pratica quotidiana, fatta di contesto, intenzioni, ascolto e micro-scelte ripetute nel tempo. Quello che ho capito è che fintanto che non sarò diventata un’oratrice perfetta, ogni conversazione è anche un allenamento.

    Agenzia di Relazioni Pubbliche TEAM LEWIS

    Agenzia Relazioni Pubbliche

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