Parlare bene in pubblico è una competenza che tutti, prima o poi, siamo chiamati a mettere in campo: in una presentazione, in un meeting, in un pitch, ma anche in una semplice conversazione con il team o un cliente. Eppure c’è un punto che spesso, tutti, sottovalutiamo. La qualità della nostra comunicazione non dipende solo da cosa diciamo e da come lo diciamo. Dipende anche, e soprattutto, da come ascoltiamo.
È questa la cosa che ha attirato di più la mia attenzione durante il Public Speaking e Storytelling Forum, evento organizzato da ROI Group all’Una Hotels Expo Fiera. Sul palco, quattro interventi molto diversi tra loro: Federico Buffa, Julian Treasure, Annamaria Testa e Stefano Nazzi. Gli ospiti hanno affrontato, da angolazioni differenti, un tema comune: l’ascolto come prerequisito per una comunicazione davvero efficace.
In qualità di Communications Partner, TEAM LEWIS ha avuto l’opportunità di seguire da vicino i contenuti, fare networking e offrire a ospiti selezionati la possibilità di partecipare non solo agli speech in sala, ma anche a un Meet & Greet esclusivo. Anche io ero presente, quindi ecco quello che, da Marketing Executive, mi porto a casa dall’evento.
Federico Buffa: l’ascolto come lettura del pubblico
Una storia funziona quando sembra inevitabile. Quando, ascoltandola, hai la sensazione che ogni pezzo sia al posto giusto: l’incipit aggancia il pubblico, la conclusione gli resta addosso, e tutto quello che sta in mezzo costruisce significato senza disperdersi.
Nel suo intervento, Federico Buffa ha mostrato quanto la narrazione, anche quando è spettacolare, colta, ricca di riferimenti, nasca sempre da un gesto semplice: capire chi hai davanti. E questa è una forma di ascolto che avviene prima ancora di iniziare a parlare.
Della sua prospettiva, mi hanno colpito due punti in particolare:
- Le parole non sono mai completamente neutre. Cambiano peso a seconda del contesto, del tono, del ritmo, ma anche di ciò che il pubblico è pronto a ricevere. Ascoltare, qui, significa scegliere parole che non suonino “decorative”, ma necessarie: capaci di sostenere il percorso narrativo senza farlo collassare sotto una falsa complessità.
- Il cervello ama le storie più delle astrazioni. Se vuoi che un messaggio resti, devi farlo “atterrare” attraverso immagini, scene e sequenze concrete. Anche questo è ascolto: non del contenuto in sé, ma del modo in cui l’altro lo può comprendere.
In pratica, parlare bene non è un esercizio di bravura individuale. È un atto di relazione. E l’ascolto, in questo senso, è la competenza che ti porta a non parlare “addosso” alle persone.
Julian Treasure: ascolto, contesto e comunicazione come processo circolare
Al centro della filosofia di Julian Treasure c’è un punto di partenza chiaro: parlare e ascoltare non sono due fasi lineari, una dopo l’altra. Sono un processo circolare, in cui il modo in cui parli influenza come l’altro ascolta e il modo in cui l’altro ascolta influenza come tu continui a parlare.
In mezzo c’è una variabile spesso invisibile: il contesto, inteso anche come paesaggio sonoro. I suoni che ci circondano incidono su attenzione, stress, benessere e quindi sulla qualità delle nostre interazioni in ufficio, a casa, in sala riunioni, sul palco.
Un altro elemento chiave riguarda i filtri dell’ascolto. Ciascuno ascolta attraverso cultura, linguaggio, valori, credenze, aspettative ed emozioni. Se dai per scontato che gli altri ascoltino come te, rischi di progettare una comunicazione che funziona solo nella tua testa. Quindi, se vuoi comunicare meglio non devi solo “parlare più chiaro”, devi anche chiederti a che tipo di ascolto o di ascoltatore stai parlando.
Annamaria Testa: l’ascolto come progettazione
Se Buffa ha puntato sul fatto che parlare è relazione, Annamaria Testa ha aggiunto un livello ulteriore: parlare è anche progetto. Un discorso efficace non è un insieme di frasi ben riuscite, bensì è un sistema in cui ogni scelta sostiene il senso complessivo.
E da dove si parte, quando si progetta? Dall’ascolto del contesto e del pubblico. Prima di scrivere anche solo una riga, conviene farsi domande molto concrete: dove siamo, con quante persone, con quale livello di competenza sull’argomento, con quali aspettative, con quale grado di formalità, con quali tempi. Questa fase viene spesso saltata, soprattutto in azienda: iniziamo a costruire slide e definire punti elenco prima ancora di capire chi ci ascolterà. E invece il punto è proprio questo. Il pubblico determina l’obiettivo e l’obiettivo orienta tutto il resto.
Dallo speech di Testa, secondo me sono emersi tre spunti chiave:
- Un discorso raramente ha un solo obiettivo. Informi, persuadi, ispiri, intrattieni… ma molto spesso fai più cose insieme. Capire qual è l’obiettivo dominante ti aiuta a scegliere struttura, tono e strumenti giusti.
- La struttura del discorso è una forma di rispetto dell’attenzione. Se vuoi accompagnare le persone lungo un percorso, devi segnalare i passaggi: le transizioni sono come “cartelli stradali” che evitano che il pubblico si perda.
- La spontaneità è lavoro. Un discorso che sembra naturale è quasi sempre il risultato di preparazione profonda: allenamento, prove, ritmo, padronanza dei tempi e del respiro.
La lezione è chiara. Prima di parlare, devi ascoltare le condizioni in cui le persone ti ascolteranno.
Stefano Nazzi: l’ascolto che costruisce fiducia
L’intervento di Stefano Nazzi porta l’ascolto su un terreno decisivo per chi comunica ogni giorno: la fiducia. Quando usi un linguaggio troppo distante, complicato e infrastrutturato (pieno di formule, tecnicismi, lunghi giri di parole) stai facendo una scelta. Può essere una scelta consapevole: parlare solo a un gruppo ristretto di “addetti ai lavori”. Ma se il tuo obiettivo è farti capire da un pubblico più ampio fatto di clienti, colleghi e persone fuori dalla tua bolla, quel linguaggio rischia di fare danni. Ti rende irraggiungibile, aumenta la distanza e, nel tempo, erode la fiducia.
Nazzi penso abbia spiegato bene l’importanza dell’ascolto attraverso due prospettive in particolare:
- Ascoltare il “sentire” delle persone. Capire cosa serve davvero, quali parole sono accessibili, quali concetti hanno bisogno di esempi.
- Ascoltare le reazioni che generi. Se il tuo pubblico non è coinvolto, non è (solo) un problema di attenzione: è un segnale sul tuo modo di costruire prossimità con le persone che hai davanti.
Nazzi ha toccato anche un tema interessante per chi, come me, lavora con i contenuti: il valore del podcast come strumento narrativo. La voce, con intonazione, pause e ritmo, aggiunge senso alle parole in modo diverso rispetto alla scrittura. Ma alla base deve esserci sempre un’idea forte, perché il formato amplifica, non sostituisce il contenuto.
5 domande per ascoltare (e comunicare) meglio
Alla luce di tutti gli interventi ascoltati, ho appreso quanto sia davvero fondamentale ascoltare per poter strutturare una comunicazione davvero efficace. Per riassumere le varie prospettive emerse, ecco cinque domande che secondo me chiunque dovrebbe porsi prima di una presentazione, di un discorso o di una conversazione:
- Chi mi ascolta davvero (e in che contesto)? Qual è il livello di conoscenza, aspettativa, energia, tempo?
- Qual è l’obiettivo dominante del mio intervento? (Informare, persuadere, creare allineamento, ispirare, risolvere un conflitto, ecc.)
- Sto scegliendo parole e struttura per farmi capire o per sembrare “competente”? Dove posso semplificare senza banalizzare?
- Che segnali sto ricevendo mentre parlo? (Attenzione che cala, domande che arrivano sempre sugli stessi punti, silenzi “pesanti”, ecc.)
- A che tipo di ascolto sto parlando? Quali filtri emotivi, culturali o professionali potrebbero cambiare il significato di ciò che dico?
L’ascolto non è una soft skill accessoria: è la base che rende credibile il contenuto, efficace la forma e sostenibile la relazione. Ed è anche ciò che trasforma un intervento da performance individuale a scambio reale.
