Di

Alessandra Maretti

Pubblicato il

Giugno 23, 2026

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HR, People management

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    La settimana scorsa ho partecipato al People Management Forum organizzato da ROI Group. Un evento particolarmente interessante, dove abbiamo ripercorso come il management sia cambiato nel tempo: qual è stata la sua evoluzione e, soprattutto, quali sono oggi le leve più efficaci per gestire persone in contesti complessi, ibridi e in continuo cambiamento.


    Per iniziare, vale la pena chiarire un punto spesso sottovalutato: management e leadership non sono la stessa cosa. Il management riguarda il “far funzionare” le cose, quindi fare la cosa giusta nel modo giusto in termini di processi, priorità, organizzazione e coerenza. La leadership, invece, riguarda la direzione, quindi fare la cosa giusta  a livello di visione, coraggio, scelte e influenza. Nella pratica di ogni giorno servono entrambe, ma se parliamo di people management (cioè di come far crescere e performare un team) le basi partono dalla solidità del management.

    Come è cambiato il management nel tempo (e perché conta oggi)

    Uno degli spunti più utili del Forum è stato guardare all’evoluzione del management per capire perché oggi non funzionano più certi riflessi “da controllo”.

    Nel 19° secolo, nel contesto della Rivoluzione Industriale, il people management era soprattutto razionale e gerarchico. Il manager decideva, il team eseguiva, e manager e team erano due “mondi” distinti. Il valore era l’efficienza: standardizzazione, tempi, output.

    Nel 20° secolo, le persone diventano mediamente più formate, il lavoro cambia e il manager non ha più il monopolio della competenza. Rimane il controllo, ma emerge un punto nuovo: per guidare un team serve anche saper gestire relazione, motivazione, comunicazione e dinamiche. In altre parole, entrano in gioco le people skills.

    Oggi, nel 21° secolo, siamo in un contesto in cui spesso devi far accadere le cose senza avere il controllo totale. Ci sono più obiettivi e priorità in parallelo, più complessità e competizione, team ibridi o distribuiti, strumenti e tool AI che accelerano il lavoro, ma alzano le aspettative. Questo porta a un cambiamento radicale: non basta più il position power, ovvero l’autorità formale. Diventa centrale il personal power: credibilità, fiducia, influenza, capacità di creare allineamento. In pratica, essere l’esperto ma anche il collega con cui tutti vogliono lavorare diventa una leva decisiva per essere un manager davvero efficace.

    lavoro di squadra

    Il ruolo del manager oggi e gli strumenti a disposizione

    Quando diventi manager, il tuo impatto non è più solo “quanto produci tu”, ma quanto abiliti gli altri a produrre bene. Le responsabilità di base diventano dare direzione (priorità chiare, obiettivi comprensibili, criteri di successo), abilitare l’esecuzione (rimuovere ostacoli, far prendere decisioni, proteggere focus), curare comunicazione e relazioni (fiducia, ascolto, gestione delle aspettative) e far crescere le persone (autonomia, responsabilità, coaching).

    Non tutti valutiamo allo stesso modo

    Un altro punto emerso con forza riguarda come giudichiamo noi stessi e come giudichiamo gli altri, ma anche come questo influenzi performance e clima. Spesso noi giudichiamo il nostro lavoro con un certo set di informazioni (sforzo, contesto, complessità), mentre gli altri lo giudicano con un altro set (risultato visibile, tempistiche, impatto percepito). E vale anche al contrario: pensiamo di leggere negli altri intenzioni e motivazioni, quando in realtà stiamo interpretando. Per questo, nel people management diventano fondamentali trasparenza e condivisione: esplicitare priorità e vincoli, chiarire aspettative e margini di autonomia, allineare “che cosa significa fatto bene” e rendere visibile il lavoro (soprattutto in ibrido).

    I colloqui one-to-one sono lo strumento più potente

    Se dovessi scegliere una sola pratica “base”, sceglierei gli allineamenti one-to-one. In un contesto ibrido compensano la mancanza di allineamento spontaneo e riducono i fraintendimenti. Un meeting one-to-one efficace serve a prevenire problemi prima che diventino grandi, allineare aspettative e priorità, capire carico, motivazione, frizioni e bisogni, e far crescere autonomia e confidenza. Non deve diventare un “secondo status meeting”: deve restare uno spazio dove si parla di lavoro + persona.

    Il “Power of Pause” e le “3 doors”

    Nel people management, parte degli errori nasce da reazioni automatiche. Risposte impulsive, giudizi rapidi, escalation inutili. Qui entra una micro-competenza utilissima: il Power of Pause. Fermarsi un attimo prima di intervenire aiuta a separare fatti e interpretazioni, scegliere il canale giusto (testo vs voce) e dare un feedback più utile e meno “caricato”.

    Un check pratico per il feedback sono le “3 doors”:

    • Is it true?Sto partendo da fatti osservabili? Ho esempi concreti?
    • Is it necessary? – È utile dirlo adesso? Serve a migliorare davvero?
    • Is it kind? – È rispettoso e orientato alla crescita, non alla colpa?.

    Se si lavora in ibrido e bisogna condividere un feedback delicato, quasi sempre è meglio farlo a voce o in videochiamata, perché il testo riduce il contesto e aumenta l’interpretazione.

    Le “3 E” del people management

    Per essere un people manager efficace non basta “tenere alto il morale” o organizzare momenti carini. Una lente semplice e potente è quella delle 3 E:

    • Engaged: Le persone sono coinvolte? Capiscono perché ciò che fanno conta?)
    • Enabled: Le persone sono abilitate? Sanno cosa devono fare, con quali priorità e fino a dove possono spingersi? Hanno a disposizione strumenti strumenti e decisioni?
    • Energized: Hanno livelli sostenibili di energia? Il clima e il carico di lavoro permettono di performare bene nel tempo?

    Questa triade aiuta i manager a fare delle diagnosi più precise. Se la performance cala, non è sempre un problema di motivazione individuale: spesso è un problema di abilitazione (priorità, chiarezza, risorse, decisioni) o di energia (carico, frizioni, incertezza).

    Cultura aziendale: lo standard reale

    Chiudo con una frase che sintetizza bene un punto cruciale: “Culture is the worst behaviour you’re willing to tolerate.” In altre parole: la cultura non è ciò che scriviamo nei valori, ma ciò che accettiamo nella pratica. Se un comportamento sbagliato viene fatto passare senza conseguenze, diventa uno standard. E in un team, gli standard, più delle intenzioni, guidano tutto: qualità, collaborazione, fiducia, engagement.

    Conclusione

    Il people management oggi richiede meno controllo e più capacità di creare chiarezza (obiettivi, priorità, aspettative), costruire fiducia (comunicazione, coerenza, personal power), abilitare le persone (enabled) e proteggerne l’energia (energized), usando strumenti semplici ma costanti: one-to-one, feedback, e “pause”. In un mondo ibrido e accelerato, queste basi non sono “soft”: sono la struttura che permette al team di performare.