Ogni volta che qualcuno del mio team partecipa a un’intervista con i media, la mia prima domanda è sempre: “Com’è andata?!” E nove volte su dieci la risposta è: “Bene! Il giornalista sembrava davvero interessato!”. Ottimo, certo. Ma quello che voglio davvero sapere è se la nostra spokesperson:
- Ha trasmesso i messaggi chiave
- Ha puntato sulle emozioni per raccontare la storia
- Ha fatto esempi concreti per rafforzare il discorso
- Ha mostrato entusiasmo attraverso il linguaggio del corpo
- Ha saputo evidenziare i temi importanti e aggirare quelli più rischiosi
In sintesi: è riuscito a presentarsi come una fonte credibile, appassionata e autorevole?
È bello sentirsi dire che un’intervista “è andata bene”, ma il nostro ruolo come professionisti della comunicazione non è solo preparare i portavoce a fare “buone interviste”. Il nostro obiettivo è ottenere quella citazione perfetta o quel titolo da prima pagina che trasmetta con forza il messaggio del brand. Ed è qui che entra in gioco il media training.
Quando l’esperto di settore incontra l’esperto di comunicazione
Una cosa che sottolineo sempre durante un media training, a prescindere dal livello di esperienza, è che sono loro gli esperti in materia e devono ricordarselo sempre per non sentirsi in soggezione a causa delle domande poste durante le interviste.
Quello che però non dico, ma che è il motivo stesso per cui facciamo media training, è che molto probabilmente non sono esperti di comunicazione. Una persona può conoscere ogni dettaglio dell’argomento più tecnico del mondo, ma se non sa renderlo interessante agli occhi dei giornalisti non è una buona spokesperson per la sua azienda né per il pubblico.
Si tratta di un aspetto cruciale. I portavoce ritenuti affidabili hanno 3 volte più probabilità di persuadere, motivare e ispirare. Inoltre, l’82% delle persone ritiene l’affidabilità il fattore più importante quando devono decidere se agire sulla base di una presentazione. Quindi: se una spokesperson non trasmette fiducia, ha davvero centrato l’obiettivo dell’intervista? O meglio, è andata davvero bene? Forse no. E anzi, potrebbe aver fatto più danni che altro.
Quando facciamo i media training, il nostro obiettivo non è solo insegnare cosa fare e cosa evitare, ma anche e soprattutto aiutare le persone a sviluppare i propri messaggi chiave e comunicarli in modo memorabile (idealmente aprendo le possibilità a una seconda intervista!). In genere, i nostri focus sono:
- Comunicare con empatia e appeal
- Rispondere alla prima domanda con il messaggio chiave
- Gestire le domande spinose con disinvoltura
- Raccontare la propria storia in modo visivo e coinvolgente
- Integrare esempi reali
- Parlare attraverso brevi frasi d’effetto
Il giusto mix fra arte e scienza per un’intervista perfetta
Una buona intervista è tanto una scienza quanto un’arte: ritmo e tono, dati concreti ed esempi reali, messaggi chiave e capacità di trasmettere fiducia. Ed è proprio quello che cerchiamo di tirare fuori da ogni spokesperson durante i training: qual è la loro storia? E perché dovrebbe importarci?
Ma è più facile a dirsi che a farsi. Ego, insicurezze e mancanza di tempo sono ostacoli sia durante i media training che durante le interviste vere e proprie.
Quindi, come si possono superare? Come si gestisce l’executive un po’ arrogante che snobba il media training e poi risulta antipatico in video? E come si sostiene chi invece ha contenuti validi ma si blocca davanti alla telecamera? Qui entra in gioco l’intelligenza artificiale.
Storytelling umano, con una marcia in più grazie all’AI
Quest’anno TEAM LEWIS ha lanciato Training for Trust™ (TFT): il primo indice biometrico di affidabilità al mondo. Si tratta di uno strumento di media training basato sull’AI, che valuta in tempo reale quanto un portavoce risulta credibile.
Grazie a TFT (che consiglio davvero a tutti di provare!), ogni spokesperson riceve un trust score in tempo reale e basato su parametri come tono di voce, linguaggio del corpo e percezione da parte del pubblico (es. livello di preoccupazione, positività o coinvolgimento). Un conto è se un esperto di comunicazione ti dice che sembri sulla difensiva o che sei poco empatico, un altro è vedere un dato numerico che lo conferma. E parlo per esperienza personale! Quando ho testato il tool con un mio video, il sistema mi ha detto che la mia “positività” era bassa. Se me lo avessero detto a voce, probabilmente avrei ignorato il feedback. Ma il dato mi ha colpita sul serio!
Magari ti starai chiedendo: quindi l’Intelligenza Artificiale rimpiazza l’elemento umano dei media training? Assolutamente no. L’Intelligenza Artificiale analizza ciò che vede, ma i dati raccolti rappresentano solo uno strumento che permette a noi media trainer di capire esattamente dove intervenire per migliorare, offrendo un coaching personalizzato e mirato. E poi, puoi usare TFT anche come metro di paragone per capire quanto sei migliorato nel tempo.
Il media training potenziato dall’AI
Le migliori applicazioni dell’AI sono quelle che aggiungono un livello di analisi, precisione o velocità che l’umano da solo non può raggiungere. Il media training ne è un esempio perfetto. Per chi lavora nella comunicazione, ignorare queste potenzialità vuol dire rischiare un calo di performance, sia nella quantità che nella qualità della copertura mediatica.
Quindi, prima di liquidarlo come “l’ennesimo tool AI”, mettilo alla prova. Carica un video in cui presenti un argomento qualsiasi, guarda il punteggio e prova a migliorare nel secondo tentativo. Poi facci sapere com’è andata!